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Eroi di oggi e di ieri contro la mafia
Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

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23 maggio 1992 - ventunesimo anniversario della strage di Capaci
Inserito il 23 maggio 2013 alle 08:00:00 da webmaster. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

Nella strage di Capaci il 23 maggio 1992, sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

PER NON DIMENTICARE


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Le Manifestazioni a Barcellona P. Gotto per il 16° anniversario dall'uccisione di Beppe Alfano
Inserito il 07 gennaio 2009 alle 10:00:00 da webmaster. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

Sarà ricordato giovedì 8 gennaio nella sua cittadina con due dibattiti ed un concerto Beppe Alfano, giornalista corrispondente per il quotidiano "La Sicilia", ucciso dalla mafia 16 anni fa a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina).

Alle ore 9,00 presso l'Auditorium Centro giovanile Salesiano è organizzato un dibattito con gli studenti delle scuole; parteciperanno fra gli altri Aldo Pecora di "AmmazzateciTutti" e l'attore Alessio Vassallo. In chiusura si esibiranno in concerto gli "A67" di Scampia. 

Per le ore 16,30 nel Salone di rappresentanza del comune (ex Stazione ferroviaria) si terrà il dibattito dal titolo "Da Beppe Alfano ad Adolfo Parmaliana: le istituzioni deviate e Barcellona". Parteciperanno fra gli altri il giornalista Carlo Vulpio, il vice questore aggiunto Gioacchino Genchi, il procuratore aggiunto della Dda del capoluogo siciliano, Antonio Ingroia e Sonia Alfano, figlia del giornalista ucciso e presidente dell'associazione nazionale familiari vittime della mafia. (Continua in Dettagli)


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Spartaco ed il sogno infranto: Giuseppe Fava
Inserito il 05 gennaio 2009 alle 10:00:00 da benedetto. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

Per non dimenticare il 5 gennaio 1984 : Riproponiamo l'articolo di Benedetto Orti Tullo del 5.1.2006.

Tredici mesi per cullare un sogno, per dargli vita e voce, per farlo urlare di rabbia e sdegno. Tredici mesi. Troppo pochi per godersi un sogno, abbastanza per dare fastidio a chi, comunque, avrebbe continuato a fare il proprio gioco ben coperto da un precario senso della legalità. E’ il volto di una Sicilia bella ma schiava. Una terra sulla quale uno Spartaco coraggioso insorge contro una sleale dittatura. Per Giuseppe Fava la sua lotta a mezzo stampa contro la mafia entra nel vivo nel dicembre del 1982 con la pubblicazione della rivista “I Siciliani”, nata come mensile per questioni di budget. Il grande sogno di Fava è infatti quello di creare un quotidiano per mettere giornalmente a nudo le ingiustizie che si consumano in una Catania costretta a fare i conti con quel “policentrismo mafioso” di cui ha parlato il compianto generale “Carlo Alberto Dalla Chiesa”, allora Prefetto di Palermo che poi perderà la vita in un attentato mafioso insieme con la moglie Emanuela Setti Carraro. “I Siciliani” nasce in un periodo gramo per la Sicilia e per l’intera Nazione, coinvolta nello scandalo P2. Fava ha deciso che niente fermerà la pubblicazione del suo giornale che dovrà essere una fonte preziosa di informazione. Ecco in edicola il primo numero con articoli di costume, cultura, politica, cronaca e, ovviamente, mafia. Quella triste piaga di una splendida terra baciata dal sole e accarezzata dal mare che spesso cela atteggiamenti, situazioni e dichiarazioni che varcano la soglia dell’ambiguo. Ma è l’editoriale il pezzo forte: Giuseppe Fava conferma un visione cosmopolita del tessuto mafioso e scopre gli altarini, mettendo in evidenza i rapporti tra mafia e politica. Inoltre, svela apertamente il suo parere contrario al piazzamento dei missili americani nella Piana di Comiso. La rivista riceve lettere di ammirazione da ogni dove del meridione d’Italia, perennemente in lotta per la sopravvivenza e, ovviamente, molto presto susciterà le ire delle alte sfere criminali, dove si staglia la figura del boss catanese Nitto Santapaola. Il sogno di Giuseppe Fava s’infrange in un’uggiosa sera del 5 gennaio 1984, quando il giornalista lascia Sant’Agata Li Battiati per dirigersi verso il Teatro Stabile di Catania, (continua in Dettagli)


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Il diritto alla legalità testimoniato da Pina Grassi ed i ragazzi di AddioPizzo
Inserito il 05 aprile 2008 alle 11:32:00 da webmaster. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

(Articolo tratto dalla Gazzetta del Sud del 4 aprile 2008) Pace del Mela: Proficuo incontro con gli studenti della Marconi

Il diritto alla legalità testimoniato da Pina Grassi ed i ragazzi di Palermo (Emanuela Fiore - Pace del Mela)

Pina Maisano, la vedova di Libero Grassi, il primo imprenditore siciliano che si è ribellato al "pizzo" e per ciò è stato ucciso a Palermo, ha incontrato gli alunni delle terze classi della scuola media "Marconi" di Pace del Mela, nel quadro di una serie di appuntamenti dedicata al tema della legalità. Con lei Bruno e Silvio, in rappresentanza dei ragazzi di "Addio Pizzo". Un evento, preparato dalle referenti al progetto di "Educazione alla legalità", professoresse Francesca De Gaetano e Carmela Nuccio, con la collaborazione dell'Arci di Milazzo, sotto le direttive della dirigente scolastica, prof. Simonetta Di Prima, che giunge a conclusione di un percorso di educazione alla legalità caratterizzato da attività di conoscenza, sensibilizzazione e riflessione sulla tematica. Durante l'incontro è stato presentato un powerpoint realizzato dai ragazzi della "Marconi", autori anche di molti pannelli, e dedicato a tre grandi personaggi che hanno dato la vita per una Sicilia libera: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Libero Grassi. Presenti all'incontro anche alunni della "Galluppi" di Santa Lucia del Mela. Interessanti e numerose le domande poste alla sig.ra Pina Maisano Grassi ed ai ragazzi di "Addiopizzo". Tra queste (continua in Dettagli)


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E il Governo dov'è ? Graziella, noi non ti dimentichiamo
Inserito il 23 novembre 2007 alle 21:55:00 da benedetto. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

Uccisa non due. Ma tre, quattro, cinque, sei… infinite volte. Graziella Campagna e la sua famiglia hanno subito un altro colpo. Già. Al di là delle diverse correnti di pensiero. Penso, credo che la frase più azzeccata l’abbia detta Beppe Fiorello, siciliano come noi: “questo paese insabbia la verità”. Il Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ha chiesto ed ottenuto dalla Rai la sospensione della fiction “La vita rubata” che la prima rete nazionale avrebbe dovuto trasmettere il prossimo 27 novembre. [//] Ebbene, quanti aspettavano questo film per far conoscere all’Italia intera l’orrenda storia di una ragazza buona e semplice uccisa barbaramente sui Peloritani dovranno mettersi l’anima in pace. Almeno fino a quando non si stabilirà una nuova data. Già: sospesa a data da destinarsi. Come fosse una banalissima partita di calcio. E poi perché, dico io? Perché la messa in onda della fiction avrebbe potuto turbare la serenità dei giudici (io, se fossi giudice, mi offenderei perché mi sentirei trattato come un pivello!) impegnati nell’udienza del processo d’appello del prossimo 13 dicembre. Sì, 22 anni e un giorno dopo quel delitto, ancora non c’è una condanna definitiva per gli assassini di Graziella. E’ l’ennesimo colpo per i Campagna, per la provincia di Messina, per la Sicilia. “La vita rubata”, diretto da Graziano Diana, racconta la storia della fine della giovane di Saponara. Una storia da raccontare, quella di Graziella. “Mi piace raccontare storie che nessuno conosce e che invece meritano di essere raccontate- ha detto Fiorello – qui c’è una ragazza morta barbaramente per aver incrociato sulla propria strada cosa nostra” (e non capisco perché alcuni si ostinano a scrivere maiuscolo cosa nostra, cazzo!). C’è una storia nella storia. Quella di Pietro, il fratello di Graziella, un carabiniere che ha lavorato per anni allo scopo di fare luce sulla morte di quella sorella che “non sognava di diventare ingegnere o avvocato, ma solo di guadagnare qualche lira per compare il corredo”. Per questo Graziella lavorava in una lavanderia a Villafranca. Ma un giorno, nelle tasche di una giacca, trovò un’agendina compromettente. Per questo fu uccisa. La rapirono mentre aspettava la corriera per tornare a Saponara. Fu ritrovata tre giorni dopo la morte, su montagne desolate, sfigurata da cinque colpi di lupara sparati da distanza ravvicinata. Pietro Campagna stasera ha detto: “Mi chiedo dov’era il ministro della Giustizia Mastella quando il giudice della Corte d’Assise di Messina ha ritardato il deposito della sentenza di condanna di Gerlando Alberti jr, accusato della morte di mia sorella, consentendo in questo modo la sua scarcerazione”. Già, Signor Ministro. Interrogativo legittimo. “Adesso si preoccupa per un film che ricostruisce ciò che è accaduto in tanti anni di depistaggi. Questi atteggiamenti - afferma Campagna - comportano sfiducia da parte dei cittadini, ma soprattutto da parte dei familiari delle vittime”. Sfiducia più che legittima, signori Italiani. Già. Adesso mi rivolgo a voi, signori del “continente”. A quelli che forse non avete mai sentito parlare di questa umile ragazza che viveva in un paesino della provincia di Messina. Graziella Campagna aveva 17 anni e lavorava in una lavanderia di Villafranca Tirrena. Qui, un giorno, trova in una giacca un’agendina. Graziella scopre che l’uomo che tutti in paese conoscono come un rispettabile ingegnere altri non è che il boss Gerlando Alberti junior, nipote dell’omonimo boss di Palermo. Il latitante, per paura di essere scoperto, secondo quanto emerso dal processo, decide di far fuori la ragazza. La sera del 12 dicembre 1985, Graziella non torna a casa. Qualche giorno dopo, il suo cadavere viene rinvenuto sui colli Sarrizzo crivellato di colpi. Sembra senza una ragione. Nessuno sembra voler indagare su questo efferato delitto. Eccetto il fratello Pietro. Per lui, scoprire la verità diventa una ragione di vita. L’indagine dura 20 anni e consente di conoscere il male di vivere di una provincia, quella da tutti definita babba, dove cosa nostra palermitana lasciava svernare i suoi latitanti coperti da una rete di connivenze. Il processo, dopo una fase di stallo negli anni 80, riprende il via dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e si conclude con la condanna all’ergastolo in primo grado di Alberti e del suo complice Giovanni Sutera. E’ il dicembre del 2004. Ma Alberti torna in libertà dopo un anno e mezzo perché i giudici della Corte d’assise non depositano entro i termini stabiliti le motivazioni della sentenza di condanna e quindi la custodia cautelare viene annullata per decorrenza dei termini. Ha già scontato una condanna per traffico di droga, rimane in cella per altri reati, ma torna in libertà per aver beneficiato dell’indulto (Sigh!). Scalpore, clamore, riflettori accesi. Mastella invia a Messina gli ispettori nel settembre 2006. dopo alcuni mesi, il caso è archiviato e non si prende alcun provvedimento. La solerzia però era appostata dietro l’angolo in vista del prossimo 13 dicembre. Ma lo Stato non dovrebbe tutelare le vittime della mafia? O, diciamocelo chiaro, deve garantire ogni diritto possibile e immaginabile ai mafiosi? Al prossimo morto, al prossimo cadavere per strada- fateci il favore- non venite a darci solidarietà. Sarà troppo tardi. Le parate non ci interessano! Risparmiatele per il 25 aprile o per il 2 giugno. A noi interessa essere un popolo libero, che può esprimere le proprie opinioni, che può parlare del male che l’affligge, che può far conoscere la verità, che può urlare che non ci sta. Ma lo stato dov'è? Siamo stanchi di vivere in ginocchio, preferiamo morire in piedi. Perdonaci, Graziella. Perdonaci per tutto.

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Qualcosa si muove nelle coscienze
Inserito il 20 settembre 2007 alle 10:50:00 da messinanews. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

posto integralmente un'articolo tratto da repubblica on-line:  E' POCO MA QUALCOSA SI MUOVE CONTRO LA "BESTIA" PALERMO - Il 23 maggio del 1992 Vito Schifani avrebbe dovuto correre i campionati regionali di atletica leggera. Smessi i panni di agente della scorta di Giovanni Falcone, avrebbe indossato gli scarpini chiodati e la canottiera della sua società per correre i 400 metri piani, la specialità che tanto amava. Quel giorno, andò diversamente: allo svincolo di Capaci, Vito Schifani saltò in aria per mano della mafia insieme al giudice che proteggeva, a sua moglie Francesca Morvillo, e ad altri due agenti della scorta, Rocco di Cillo e Antonio Montinaro. Due giorni dopo, ai funerali nella chiesa di San Domenico, la vedova dell'agente, Rosaria Costa, rivolta agli uomini della Mafia, commosse l'Italia con un appello tanto straziante quanto disatteso: "Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...ma non cambiano". Il grido di dolore di un Paese ferito. Quindici anni dopo, l'ondata emotiva dello stragismo mafioso è ormai sopita. Anniversari istituzionali, tenacia investigativa degli inquirenti e dolore dei parenti e amici sono spesso i soli a "celebrare" il ricordo delle vittime. Qualcos'altro però resta, e colora di tensione morale, anche luoghi e contesti lontani dalle aule giudiziarie e dai monumenti funebri. È notizia di oggi: lo stadio delle Palme, storico tempio dell'atletica palermitana, avrà il nome di Vito Schifani. Vittima della mafia, ma anche atleta. Si tratta dello stadio in cui si sono allenati campioni storici come Salvatore Antibo, e per restare ai giorni nostri Anna Incerti. A due passi dal parco della Favorita, sotto Monte Pellegrino. [//]Impianto per agonisti ma anche per centinaia di appassionati, ristrutturato a tempo di record e pronto per i campionati italiani di atletica leggera del 29 e 30 settembre. Evento storico per l'isola: per la prima volta si assegna lo "scudetto" dell'atletica a Palermo. Ma qualcosa di storico, c'è anche in questa intitolazione. Un'iniziativa tanto lodevole, a lungo sostenuta da Repubblica. Ma spesso rallentata, ostacolata e per diverso tempo dimenticata. L'idea originale risale a diversi anni fa, subito dopo la strage. Ma dopo il memorial Schifani del 1993, è stato per lungo tempo tutto fermo. Gli amici di Vito, l'hanno perseguita con inusuale tenacia, scontrandosi con prevedibili lungaggini burocratiche e con i silenzi delle istituzioni. Ci sono volute tre amministrazioni comunali, prima di arrivare al nulla osta. L'ultima, quella riconfermata del sindaco Cammarata, ha dato primo parere positivo il 13 agosto, prima della delibera definitiva del 18 settembre. Una gioia a questo punto quasi inaspettata, ma fortemente voluta da quanti soprattutto in Fidal, hanno sempre portato avanti questa causa. Lontano da politici, con "la terzietà dello sport" e soprattutto come sottolinea il consigliere nazionale Bartolo Vultaggio "per unire e non per dividere". La cerimonia ufficiale avverrà in concomitanza con i campionati nazionali, previsti tra dieci giorni, per i quali lo stadio delle Palme è stato rimesso a nuovo in 4 mesi, con una spesa di 1,3 milioni di euro. Una nuova pista, un nuovo anello esterno e nuove attrezzature per l'unico impianto palermitano di atletica leggera. Sono emozionati gli amici di Vito Schifani. Ce lo racconta Bartolo Vultaggio, che lo ha conosciuto bene: "Un ragazzo spensierato, con la leggerezza dei suoi 27 anni, ma anche il senso del dovere di chi ha sacrificato la vita per lo Stato, con un figlio di quattro mesi". Amava lo sport, l'atletica prima di tutto, ma anche il paracadutismo. "Molti si sono accostati all'atletica, soprattutto nei quartieri più degradati di Palermo - racconta Vultaggio - e poi hanno scelto un percorso in polizia, grazie ai gruppi sportivi, tanti che non avrebbero voluto vederlo neanche da lontano "uno sbirro". Non è il caso di Vito Schifani, ma di tanti altri ragazzi palermitani. "Certo - continua il consigliere Fidal - per amore della verità bisogna dire che il percorso non è stato facile". Pesano e non poco i pregiudizi storici-culturali che ancora resistono sulla figura degli agenti, sempre più "sbirri" che eroi. È molto contenta anche la vedova Schifani, Rosaria Costa. Felice per tanta tenacia. Lei adesso ha una nuova vita, lontano dalla Sicilia. Ma un pensiero speciale, per tutti quei ragazzi che correranno come il suo Vito, lo avrà."""


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Loro la testa non l'Hanno mai abbassata... purtroppo
Inserito il 16 giugno 2007 alle 15:29:00 da benedetto. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

La mafia sta rialzando la testa. Parola di Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica. Ma perché, Presidente, la mafia l'ha mai abbassata la testa? Siamo stati noi, ingenuamente o consapevolmente, a credere che le acque si fossero calmate. A trascurare certi aspetti della vita sociale o semplicemente a far finta di non vedere quanto covava e cova sotto, nei giri di potere e nei giri di denaro.  Siamo stati noi, consapevolmente o meno, a far finta di non vedere anche alla luce del sole. E siamo noi, oggi, a sorprenderci del fatto che a Palermo hanno ucciso un boss. "Oddio! Una nuova guerra di cosche insanguinerà Palermo e la Sicilia... Oddio!" Allarme rosso a go-go. E caspita ci voleva un boss ammazzato per capire che la mafia non è mai morta? Giovanni Falcone diceva che “l'impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata è emotivo,episodico, fluttuante. Motivato solo dall'impressione suscitata da un dato crimine o dall'effetto che una particolare iniziativa governativa può suscitare sull'opinione pubblica”. E, ogni giorno che passa, ritengo che Giovanni avesse proprio ragione. Ma cosa vi credevate, cari siciliani più o meno giusti, che dopo l'arresto di Binnu Provenzano veramente la mafia sarebbe stata cancellata dalla faccia della Sicilia?! Illusi! Oppure semplicemente stupidi, se lo avete creduto davvero. La mafia c'è e tocca a noi, che tanto ci piace a volte fare vittimismo, impegnarci in prima persona. La mafia c'è e trova terreno fertile in persone che si credono malandrini e che magari sono malandrini. Ma da quattro soldi. Cominciamo ad isolare proprio questi deficienti e la loro tracotanza. Il giardino della memoria a Ciaculli è un insieme di ricordi indistruttibili, di sensazioni, un rigurgito di legalità nella terra del malaffare. Non deve essere solo un insieme di targhe riportanti i nomi dei siciliani giusti. Presidente, l’ho vista commuoversi ricordando di come la raggiunse la notizia dell’assassinio di Pio La Torre. La sua commozione ha coinvolto anche me. Pio era anche lui un siciliano giusto e Lei, signor Presidente, ha fatto bene a ricordarlo. Ed ha fatto bene a dire che bisogna fare luce su quei delitti poco chiari. La mafia sta rialzando la testa, dice lei. Io le dico che non l'ha mai abbassata. Se il resto dell'Italia pensava questo, io non mi sento italiano. Perchè, se pensavate questo, significa che della Sicilia non ve n'è mai importato granché...


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15° Anniversario della strage di Capaci
Inserito il 21 maggio 2007 alle 15:32:00 da webmaster. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

 23 maggio 2007

15° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI CAPACI E DI VIA D’AMELIO

 

Ogni anno la Fondazione Falcone promuove in tutte le scuole d’Italia un progetto di educazione alla legalità al fine di stimolare nelle nuove generazioni la memoria di eventi che hanno sconvolto la comunità nazionale, ma soprattutto per inculcare nei giovani l’amore e il rispetto per quei valori in cui i magistrati Falcone e Borsellino hanno creduto.

Quest’anno ricorre il quindicesimo anniversario delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio e proprio per questo la Fondazione si è fatta promotrice della manifestazione che nei giorni 22 e 23 maggio vedrà in momenti diversi la partecipazione delle istituzioni, delle scuole e della cittadinanza.

In particolare il 23 maggio, all’interno dell’aula bunker, si concluderà il progetto di educazione alla legalità che quest’anno si intitolerà "Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: la loro lezione di libertà e democrazia".

PALERMO, 23 MAGGIO 2007: PROGRAMMA DELLA GIORNATA

Nel corso della mattinata alcuni Pullman porteranno i ragazzi a Corleone per un’iniziativa simbolica, mentre all’interno dell’Aula Bunker gremita, all’incirca, da mille giovani studenti di scuole secondarie di I e II grado e dai rappresentanti delle Consulte, sono previsti:

 

 

 

- Una tavola rotonda sul tema della cultura della legalità e della sicurezza con rappresentanti delle istituzioni, all’interno della quale verranno presentate le Linee guida sulla Legalità elaborate dal Comitato Interministeriale "Scuola e legalità" istituito a ottobre dal Ministero della Pubblica Istruzione;

- Un dibattito con testimoni privilegiati della lotta alla mafia che hanno lavorato a stretto contatto con il giudice Falcone. Gli ospiti risponderanno a delle domande che gli studenti delle scuole superiori che partecipano al progetto stanno elaborando nelle loro classi con gli insegnanti. Il 23 maggio, infatti, è il punto di arrivo di un percorso didattico sulla legalità svolto durante l’intero anno scolastico;

- La proiezione di un filmato sulle figure dei due magistrati;

- Presentazione del progetto di digitalizzazione di tutti gli atti del "maxi-processo"

- Il corteo animato delle scuole partecipanti lungo le strade di Palermo per gridare alla città che i giovani sperano in un futuro migliore. Il corteo, che partirà dall’Aula Bunker, arriverà sino all’ormai celebre "Albero Falcone", in via Notarbartalo, di fronte all’abitazione di Giovanni Falcone;

- Sotto l’Albero

- Concerto gratuito "Mille note contro la mafia" presso il Velodromo di Palermo. Si tratta di un’iniziativa che ha un’importanza ed un significato particolare all’interno di questa giornata, in quanto è l’occasione più forte per poter parlare con una larga platea di giovani tramite la musica.

Ulteriori informazioni potranno essere trovate sul sito www.fondazionefalcone.it nell’area dedicata alle scuole. 

 

 

 

Maria Falcone (tratto dal sito della Fondazione Falcone)

 


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Il sacrificio di Peppino non è stato inutile
Inserito il 09 maggio 2007 alle 16:41:00 da benedetto. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

CINISI (PALERMO) - "Il sacrificio di Peppino non è stato vano per il messaggio di rottura che ci ha lasciato. Ha fatto capire che la mafia non è solo un problema di ordine pubblico, ma culturale". A 29 anni dalla morte di Peppino Impastato, l'esponente di Dp e fondatore di Radio Aut ucciso dalla mafia a Cinisi (Pa) il 9 maggio del 1978, il fratello Giovanni lo ricorda così. "Col paese - aggiunge - abbiamo un rapporto conflittuale. Ci accusano di buttare discredito sulla cittadina, con la nostra opera di ricordo della figura di mio fratello". Anche il consiglio comunale, dove Peppino era stato comunque eletto, nonostante fosse già stato ucciso, non lo ha mai commemorato. Oggi, a partire dalle 18, una fiaccolata unirà idealmente Terrasini e Cinisi, quella che era la sede di Radio Aut con la "Casa memoria", dove ha vissuto, fino alla sua morte nel 2004, Felicia Bartolotta, la madre di Peppino. "Oggi sarà emozionante - conclude Giovanni Impastato - vedere sfilare studenti che vengono da Bergamo fino alla Puglia. Ci stiamo preparando alla manifestazione del prossimo anno, quando ricorrerà il trentennale della morte di Peppino. Stiamo organizzando una manifestazione nazionale antimafia". Nel pomeriggio il presidente della commissione Antimafia, Francesco Forgione, e il deputato Ds Giuseppe Lumia pianteranno, in contrada Perrini a Partinico, un albero alla sua memoria. A Cinisi, paesino siciliano schiacciato tra la roccia e il mare, a poche centinaia di metri da dall'aeroporto, luogo strategico per il traffico di droga, cento passi separano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, il boss locale. Peppino, ragazzo curioso che non gradiva il silenzio opposto alle sue domande, al suo sforzo di tentare di capire, nel 1968 si ribella come tanti giovani al padre. Ma in Sicilia la ribellione diventa sfida al codice della mafia e ha un prezzo come sarebbe stato chiaro il 9 maggio di 29 anni fa, quando Peppino fu ucciso. Con Radio Aut che infrange il tabù dell'omertà e con l'arma del ridicolo distrugge il clima reverenziale attorno alla mafia, Tano Badalamenti diventa "Tano Seduto" e Cinisi è "Mafiopoli". Si presenta alle elezioni comunali, ma due giorni prima del voto, nella primavera del 1978, lo fanno saltare in aria sui binari della ferrovia con sei chili di tritolo. La morte coincide con il ritrovamento a Roma del corpo di Aldo Moro e viene rubricata come suicidio o atto terroristico. Solo venti anni dopo la Procura di Palermo rinvierà a giudizio Tano Badalamenti, ora deceduto, come mandante dell'assassinio. Il regista Marco Tullio Giordana nel 2000 raccontò tutto questo con un film, "I cento passi", che ha ridestato nel Paese la passione e l'indignazione per questa storia, facendo conoscere anche la figura eccezionale della madre di Peppino, Felicia, che ha tenuto alto come un vessillo la memoria del figlio. Un film che precede la svolta sul fronte giudiziario. L'11 aprile del 2002 dopo 24 anni è arrivata la condanna all'ergastolo che ha spazzato via i tentativi di depistaggio cominciati già la mattina del 9 maggio 1978, data del delitto. I giudici della terza sezione della Corte d'assise, presieduta da Claudio Dall'Acqua, giudice a latere Roberto Binenti, spiegano nelle motivazioni della sentenza che "il pericolo costituito da tanta irriverente ed irritante rottura del muro dell'omertà era vieppiù palpabile da far ritenere che la soluzione del problema fosse necessaria ed anche impellente, stante peraltro che il giovane di li' a poco, secondo attendibili previsioni, sarebbe stato eletto consigliere comunale". Mafioso all'antica il vecchio Tano, arrestato a Madrid l'8 aprile del 1984. Al giudice americano Pierre Leval che gli chiedeva se fosse un componente di Cosa nostra, rispose: "Se lo fossi non ve lo direi, per rispettare il giuramento fatto". Veniva raccontato e sbeffeggiato da Impastato attraverso le frequenze della sua radio: "Ci sarà anche un porticciolo bellissimo ... già in costruzione ... e potremo sistemare le nostre veloci canoe che porteranno al di la' del mare la sabbia bianca... tabacco... bianco come la neve". La connessione tra il suo assassinio e il boss viene per la prima volta rilanciata con forza nel maggio del 1984, quando l'Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal consigliere istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume "La mafia in casa mia", e il dossier "Notissimi ignoti", indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla "Pizza Connection". Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 decide l'archiviazione del "caso Impastato", ribadendo la matrice mafiosa del delitto, ma escludendo la possibilita' di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilita' dei mafiosi di Cinisi alleati dei "corleonesi". Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell'omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l'inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l'udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo condanna a 30 anni di reclusione. L'anno dopo Badalamenti viene condannato all'ergastolo.


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Felicia: non solo mamma coraggio
Inserito il 26 aprile 2007 alle 16:25:00 da benedetto. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

Visse due volte. O forse una sola. Una vita precedente all'assassinio di suo figlio e una successiva. Oppure solo quella successiva. Vedetela come volete. La filosofia qui c'entra poco. Il pensiero no. Quello conta più di ogni altra cosa e nessuno può imprigionarlo o violarlo. Specialmente se a difenderlo è una persona- donna o uomo che sia- come lei. Felicia Bartolotta Impastato. Troppo facile definirla mamma coraggio. Lei, moglie di Luigi Impastato e cognata del boss Cesare Manzella, ma soprattutto una madre col cuore sanguinante per la morte di un figlio rivoluzionario. “Pioveva il giorno in cui uccisero il figlio mio”. Comincia così il racconto della fine del “sangue del suo stesso sangue”, ridotto a brandelli dalla mafia. Terrorista secondo i perbenisti della borghesia, semplicemente un comunista per il resto dei cinisari. Quelli, per intenderci, per i quali la casa della Memoria è piazzata lì, su quel Corso, quasi come un oggetto misterioso non meglio identificato che da fastidio e vorresti rimuovere. Quel Peppino Impastato sbriciolato fisicamente e disintegrato dalle parole dei faciloni che nascondono la montagna dietro un dito. E la rivedo quella montagna: alta, imponente, maestosa. Quella “muntagna accussì auta” sotto la quale è stato costruito un aereoporto e persino una terza pista, espropriando le terre dei contadini. Oggi quell'aereoporto si chiama “Falcone-Borsellino”. Riflessioni di un viandante sperduto. Nient'altro. Solo riflessioni tra me e la mia essenza. Dentro la casa della memoria, ogni cosa parla di Peppino. E ogni cosa racconta di Felicia. Di quella donna che ha capito il pensiero di suo figlio ed è uscita dagli arcaici schemi che imprigionano le donne di Sicilia. Quella donna che, per anni, ha ricordato e fatto ricordare che suo figlio è stato assassinato dalla mafia. Il 9 maggio del 1978. Non chiamatela mamma coraggio. La imprigionereste in uno schema troppo limitato. Felicia è la classica donna siciliana che tale è rimasta nella sua esteriorità: con i vestiti neri, segno del lutto, con i suoi tratti da abitante di quest'Isola. Ma dentro Felicia ha saputo andare oltre gli schemi mentali e gli stereotipi. L'ha fatto nel nome del figlio. Ciao Felicia sta scritto su un giornalino che mi hanno regalato. Ciao Felicia. Non donna Felicia o mamma Felicia o signora Felicia. Ciao Felicia. Due parole. Un saluto- il più semplice di tutti- e il suo nome. Per salutare una donna che ha dimostrato alle madri siciliane come si è madre. Che ha dimostrato alle donne siciliane che bisogna prendere coscienza di quello che  c'è attorno a loro per combatterlo, anche a costo di mettersi contro mariti e parenti. Che ha dimostrato a Voi, donne di Sicilia, quanto importante sia il vostro contributo nella lotta alla mafia. Il vostro e quello dei vostri figli...


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Dedicato a te ed a tutti quegli uomini ...
Inserito il 11 aprile 2007 alle 16:15:00 da benedetto. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

Troppo spesso tendiamo ad attenuare con i termini “bravata” o “ragazzata” il peso specifico di gesti sconsiderati, fuori da ogni logica o, più semplicemente, delinquenziali. Finiamola, adesso! Le bravate o le ragazzate in Sicilia si amplificano e si propagano come onde elettromagnetiche che, partendo da epicentri apparentemente inconsistenti, finiscono con lo sconquassare le vite di chi vuol vivere onestamente. Perchè spesso lo spirito di emulazione finisce per devastare determinati fragili equilibri. Finiamola di parlare di bravate o ragazzate. Smettiamola una volta per tutte. Non può essere definito “bravata” scrivere su un muro w la maf… (mi dispiace ma non riesco proprio a scriverlo). Non può essere considerata una ragazzata infangare la memoria di una persona che è morta per difendere i valori di legalità e giustizia così utopistici su quest’isola. Recentemente ho sentito tanti siciliani lamentarsi del fatto che Fabrizio Moro avrebbe usato quella canzone dedicata a Falcone e Borsellino per vincere Sanremo, speculando. Magari è così o forse non ci va proprio giù sentire chiamare la Sicilia isola di sangue. O, quel che è peggio, non riusciamo proprio ad ammettere i nostri limiti e la nostra schiavitù. Volete forse negare che “ci sono stati uomini che sono morti giovani” come Peppino Impastato (faccio un nome a caso)?! Quella canzone la dedico ai siciliani “delle bravate e delle ragazzate” magari in un meddley con “La verità ti fa male” della Caselli, se non erro. A quei siciliani che non si accorgono dell’inciviltà che regna su quest’isola, per le nostre strade (basta fare un giro in macchina per “ammirare estasiati” la prepotenza e la tracotanza di qualche malandrinetto malriuscito). A quei siciliani che magari ridacchiano pure alle spalle di chi si incazza veramente di fronte a certe cose. Finiamola con la teoria e con l’antimafia delle parole. Ora i fatti. Ora misure più forti. E che lo Stato si faccia sentire con delle leggi giuste che tutelino di più quei ragazzi in divisa o col mephisto che scendono in campo, loro sì veramente, in prima linea. Ha ragione Beppe Lumia quando dice che l’accaduto è da non sottovalutare. Chi ha scritto quell’orribilitudine su quel muro a Termini Imerese deve vergognarsi e, possibilmente, sprofondare nell’onta. Ma “loro non cambiano”, disse la vedova di uno degli uomini della scorta del giudice Borsellino ai suoi funerali. Per una volta, fate sul serio i siciliani. Voi, uomini superbi, gagliardi, che niente vi scalfisce. Voi, uomini capaci di osare, comandare e imporvi dove e quando volete. Guardate quello che avete attorno e ringraziate Dio per avervi fatto nascere qui. Poi, però, alzate gli occhi al cielo e dimostrate di essere veramente uomini con le palle. Sputatevi in faccia. Quindi tornate a casa e insegnate ai vostri figli a non diventare come voi. Non abbassiamo la guardia, ma soprattutto non la abbassi lo Stato. E si impegni a mettere in pratica il suggerimento del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, dando “come diritto ciò che la mafia concede come favore”. Quest’isola merita di più…  

 

 

 


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Non abbassiamo la guardia !
Inserito il 05 aprile 2007 alle 17:24:00 da messinanews. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

Ennesimo gesto di sfida dei mafiosi (tratto da repubblica online)

Sfregio alla memoria di Peppino Impastato, il giovane militante di Democrazia proletaria e fondatore di Radio-Aut ucciso da Cosa nostra a Capaci il 9 maggio 1978, lo stesso giorno dell'assassinio di Aldo Moro, sulla cui vita è stato tratto il film «I cento passi». L'albero che era stato piantato in suo omore in un'aiuola comunale a Termini Imerese, in provicia di Palermo, è stato sradicato e appoggiato su un muro dove campeggia la scritta «Viva la mafia».

La polizia sta indagando per scoprire se è stata solo una bravata o se il gesto è un messaggio mafioso. ATTO GRAVE - «È un atto grave che amareggia e inquieta», ha detto Giuseppe Lumia (Ds), vice presidente della Commissione parlamentare antimafia. «In ogni caso è da non sottovalutare: è un chiaro segnale anche se si è trattato solo di una ragazzata, perché dimostra che la cultura della legalità e la memoria di coloro che sono morti per combattere la mafia non sono un patrimonio di tutti. È un atto ignobile che ferisce i tanti giovani di Termini Imerese che, sull’esempio di Peppino Impastato, hanno fatto della legalità una scelta di vita».

NON ABBASSIAMO LA GUARDIA !


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Quando la mafia diventa un fenomeno da baraccone
Inserito il 15 febbraio 2007 alle 10:08:00 da benedetto. IT - Eroi di oggi e di ieri contro la mafia

Perché tanto “scruscio”? Martedì “Alla luce del sole”, mercoledì “L’ultimo dei corleonesi”, giovedì la cattura di Binnu Provenzano. Perché tanto scruscio? L’Italia, la nostra “povera Patria”, si è ricordata che la mafia, quella montagna di merda che tutti conosciamo, esiste. Tre giorni di film e documentari e poi sarà di nuovo il vuoto? Alla DDA di Palermo, intanto, pare non siano rimasti molto contenti della fiction sulla cattura del “ragioniere”. E manco io, aggiungo. Troppo folklore. La mafia, Signori, è una cosa seria. Guardiamoci negli occhi e diciamocelo. Se la dovete spettacolarizzare e fare audience deliziando gli italiani, allora mettete in piedi un reality. Non parlate di mafia. La realtà la Sicilia la vive tutti i giorni. Meno film e più fatti. Non ci serve la compassione della nazione intera, non ci serve essere considerati cittadini eroici che amano e vivono la loro terra nel bene e nel male. Vogliamo essere considerati uomini. Perché siamo uomini che difendono la loro dignità. Meno chiacchiere e più fatti. Meno mafia e più lavoro. Meno mafia e più diritti. Quei diritti che lo stato deve garantire per impedire ai mafiosi di dire un giorno: “alla gente di qui solo noi diamo pane e lavoro”. Lo stato dia come diritto ciò che la mafia da come favore”, disse un giorno Carlo Alberto Dalla Chiesa. E’ questa la concezione necessaria e sufficiente per aiutare i siciliani. Altro che fiction…


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